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Catfish di Massimo Carlotto e Francesco Abate Parto subito con un giudizio: l’idea di fare una collana di libri scritti da due autori è un’ottima idea. Aliberti Editore sta sfornando una serie di libri scritti a due mani che ha denominato “Due Thriller per Due Autori”. Fra i vari nomi: Valerio Evangelisti, Sandrone Dazieri, Valerio Massimo Manfredi, Loriano Macchiavelli.
Il libro. Valerio Catfish Vallorani è un ex poliziotto che non ha perso il vizio per le indagini. Carlotto e Abate lo raccontano con due storie, Jasmine e Il caso Benzinetta, che descrivono un protagonista curioso, condizionato dal passato, ma non con un futuro segnato. Fa il DJ in una piccola radio che utilizza per raccontare le sue storie, le storie che il mainstream editoriale e mediatico non può o non vuole raccontare, e lo fa vivendo come un giornalista investigativo. Jasmine è un racconto eccezionale, quasi un saggio su come si condensa un’indagine in poche pagine e quali sono i passaggi narrativi che portano il lettore (tenuto col fiato sospeso) ad arrivare alla soluzione del caso attraverso gli occhi del protagonista. L’uso dello stacco musicale, ossia Catfish che annuncia il prossimo brano della scaletta notturna, permette di saltare fra lo studio radiofonico e l’indagine che Catfish sta raccontando durante una fresca notte estiva. Le canzoni “on air” che propone sono belle e fra questa c’è anche qualche chicca della scena musicale underground di Cagliari, città nella quale il protagonista muove i suoi passi, e dove vivono anche i due autori.
Il Caso Benzinetta è un caso che racconta proprio l’ambiente del tipico Rione di Cagliari. La storia, nella sua interezza, ci racconta una serie di conflitti di quartiere che portano alla morte di un anziano signore e a tutta la rete solidale e omertosa che si crea nei quartieri storici, nelle loro minuscole vie. Un ottimo esempio di noir mediterraneo ma da leggere in chiave ironica e divertita. In questo racconto viene anche rivelato come Catfish arriva alla radio, come diventa quel DJ che vive le sue giornate fra i pericoli di un mondo sommerso, raccontando per radio le storie segrete della città.
Catfish è un ottimo personaggio, che potrebbe anche avere uno sviluppo narrativo da parte di entrambi gli autori. Sarebbe interessante che ne proponessero altre vicende perché è ben caratterizzato e assai particolare per la sua attività radiofonica. Questi due racconti, così come gli altri della Aliberti che andrò a leggere, valgono molto per chi nutre passione per il noir e per coloro che dimenticano tutto e si lasciano trasportare ludicamente in un altro mondo. Nel caso di Catfish, Carlotto e Abate ci sono riusciti perfettamente. Almeno per me.
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Hotel Borg di Nicola Lecca Romanzo rarefatto, ambientato in Islanda, Hotel Borg è un atto di fede assoluta nei confronti della musica. La musica è l'unico modo per arrivare alla perfezione. Provare a descrivere le sensazioni da essa suscitate è impossibile, perchè la musica fa parte di ciò che è inesprimibile, come la bellezza. Non c'è un perchè delle azioni dei protagonisti che prendono parte all'intreccio. Il loro modo di andare ad avanti senza riuscire ad esprimere una motivazione precisa è frutto di un desiderio di sublimazione. Solo la musica può aiutarli, solo per una volta, forse anche l'ultima della loro vita. In qualità di famosi direttori d'orchestra, cantanti solisti dalle voci inconfondibili, oppure come semplici spettatori di un concerto, che vuole fermare il tempo ad una percezione d'ascolto che non tornerà mai più. Non c'è tanto da dire in più per questo libro che ha il pregio di non fare rivelazioni opinabili e, pertanto, discutibili. Hotel Borg si dirige al cuore della nostra quotidiana incomprensione, non ci da soluzioni assolute, ma ci dice che se non riusciamo a esprimere ciò che proviamo è perchè solo la musica arriva veramente all'essenza delle cose. Noi esseri umani non possiamo che passare su questa terra leggeri e, nonostante gli sforzi, è impossibile non rimanere in sospeso fra i nostri silenzi e le nostre nebbiose speranze. Nicola Lecca ha uno stile asciutto, essenziale, frutto di uno studio che adatta forma e contenuto nella sua opera. Descrive un cammino imperscrutabile e intreccia un filo nel lontano nord del mondo dove è possibile ammirare l'aurora boreale per ore e perdersi nel silenzio più assordante dei nostri pensieri. I passaggi del giovane scrittore, recentemente pubblicato in vari paesi europei e vincitore di numerosi premi, appaiono talvolta non appartenere alla letteratura contemporanea. Hotel Borg è infatti di per sé un'opera che si colloca fuori dalla letteratura di genere. Fornisce un messaggio, ma è solo dentro ciascun lettore che questo messaggio prende forma. Io l'ho sentito fra le sue righe e amato anche con il soave sottofondo di Bjork. Quando grazie alla narrazione, la mente vaga verso un luogo che non ha mai visto, allora vuol dire che c'è della potenza in ciò che si sta leggendo.
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Getsemani di Francesco Abate In un uliveto si compì il tradimento di Giuda ai danni di Gesù il nazzareno. Questo luogo prende il nome di Getsemani. A 2006 anni di distanza da allora, c'è un altro Getsemani, un terreno che un tempo, prima dell'intensivo sviluppo edilizio, era un uliveto, ed oggi è un comune quartiere residenziale di una cittadina che si affaccia sul Mar Mediterraneo. Il nuovo Getsemani è un posto per benestanti, persone che hanno raggiunto uno standard di vita che li ha portati via per sempre dalla miseria del loro quartieri storici, poveri e malandati. Cosa eredita questo squarcio di forsennata mondanità contemporanea dal vecchio Getsemani bibblico? Il tradimento. Come Giuda tradì Cristo, gli abitanti del quartiere residenziale Getsemani tradiscono i loro affetti, mariti e mogli, amici e amanti. In un rimescolamento di indizi e consulenze sul diritto di famiglia, la voce narrante prende per mano il lettore che a salti ben calcolati affronta la vita di gente di tutti i giorni, disperata, che si scorna e si strappa la pelle con le sue stesse mani. L'autore crea un piccolo affresco, una ricostruzione bonsai, di come vanno le cose in questa città del sud, forse città isolana... La descrizione porta all'inevitabbile affarismo che generà la commistione di classi benestanti e altolocate con la criminalità locale e la bassamanovalanza. La giustizia si muove spinta da interessi privatistici o addirittura personali e la matassa si sbroglia quando anche un solo cristo rimane a terra. E non si rialzerà mai più. La costruzione della struttura e dell'intreccio fanno di questo romanzo, già al secondo posto nella classifica del mese di marzo di Farenheit, una spirale che sempre più veloce arrotola su se stessa la vita dei suoi protagonisti. C'è chi vince, chi perde, e chi rimane spettatore attonito di una società che ormai non si riesce più a controllare. La prosa utilizzata da Abate affonda le radici nella cultura della sua terra, la Sardegna, ed è degno di un indimenticabile Sergio Atzeni.
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L’autobus di Stalin
Di Antonio Pennacchi Signore e Signori, mettetevi comodi. Oggi parliamo di Worst Case Scenario.
Pennacchi scrive un saggio fuori dagli schemi, che assolutamente merita di essere letto, se non altro per la sua prosa, il suo stile inconfondibile che talvolta tende a creare un corto circuito nei ragionamenti del lettore. Parzialmente pubblicato su Limes e l’Indipendente, si può dire che lo studio che lo scrittore latinese conduce ha un obiettivo ben preciso: far pensare coloro che tendono a semplificare tutto, sempre e comunque, nonostante le evidenti contraddizioni che non vengono però tenute in conto. Pennacchi è un romantico, uno scrittore che invita a non avere due pesi e due misure per giudicare il mondo. Lui sa che questo mondo è ingiusto e invita il lettore a riflettere. Lo fa attaccando il benpensante, di destra e di sinistra, che non riesce a fare i conti con le azioni politiche negative dei giorni nostri che con la sua indifferenza, o scarso interesse, tende a far perpetrare ai danni dell’umanità tutta.
In sintesi l’autore si tuffa in una difesa accorata dell’Urss staliniana, sostenendo che è troppo facile dire che Stalin era il demonio e il comunismo il male assoluto. Attraverso una serie di paradossi costruiti a regola d’arte, lo scrittore di Latina afferma che le azioni politiche di Stalin non sono meno violente di quelle perpetrate dai governi occidentali del passato e del presente. Esempio fra tutti il noto patto Von Ribbentrop-Molotov (27 agosto 1939), accordo per il quale i comunisti ricevono pesanti critiche ancora oggi. (Ma si può? Aggiungo io…). Pennacchi non si scompone e fa notare che circa un anno prima (29 settembre 1938) la Francia e la Gran Bretagna stipulavano con Hitler la cosiddetta “Pace di Monaco”. Questo per quanto riguarda il passato. Per il presente la situazione è ancora più eclatante. Se la storia non la si vuole studiare l’autore può ben poco, ma è quando si parla dei fatti quotidiani alla quale tutti noi siamo costretti ad assistere che Pennacchi si scatena. E andateglielo a dire che ha torto marcio su Guantanamo o Abu Ghraib! Vi strozzerà verbalmente, vi ridurrà in poltiglia perché non c’è niente di peggio che sapere cosa accade nel mondo oggi e continuare a dire che in Iraq è stata esportata la democrazia. E per Antonio Pennacchi, ex operaio della Fulgorcavi, non c’è niente di peggio che parlare dei passati crimini del comunismo, della Siberia e della violenza di Stalin, e non accorgersi, o fare finta di non accorgersi che governi buoni non ce n’erano, non ce ne sono e se si continua così non ce ne saranno mai.
La metafora geniale che usa durante tutto il libro è uno Stalin-Autista che conduce un pullman per bambini. Se un bambino gli attraversa la strada cosa deve fare Stalin? Andargli addosso e salvare tutti i bambini sul bus o evitarlo rischiando di finire fuori strada e ammazzare tutti gli altri bambini? Pennacchi non ha dubbi sul da farsi e si costruisce la risposta durante tutto il libro, con una valanga di discorsi, pareri, citazioni ed esempi che portano sempre a suo favore quella che Fallaciamente potremo definire la “forza della ragione”. Pennacchi dice: sacrifichiamone uno, uno solo, e ne salveremo venti. Forse non ha tutti i torti.
Un piccolo appunto però glielo vorrei fare quando parla di Trotzkij. Lo cita abbastanza vagamente come una fonte di problemi per l’Urss e per Stalin, nonché lo bolla in due secondi come un sanguinario. Ha ragione, sono perfettamente d’accordo, Trotzkij è un temibile sanguinario, d’altra parte l’ha fatta lui la Rivoluzione d’Ottobre e non Stalin. Però, anche se come uomo è deprecabile, una cosa giusta l’ha detta e, come ogni staliniano, Pennacchi l’ha dimenticata: non è possibile fare il comunismo in un paese solo. Qui si salta a piè pari la questione perché, come dice l’autore, l’Urss è uno Stato e in quanto Stato ha dovuto tutelarsi nei confronti di chi si opponeva ad un grande disegno di uguaglianza sociale ed economica. Perciò i Kulaki hanno pagato per aver affamato il popolo, e per questo Trotzkij è stato ucciso, in messico non in Siberia, dalla mano dei killer che se agivano nel bene o nel male non importa. Togliere una vita per salvarne tante, e cosa avrebbe potuto fare Trotzkij? Minacciava il potere, per quello andava ucciso. Diceva che la lotta va fatta in tutti i paesi perché il comunismo è un ideale internazionale e se c’è lo Stato non c’è il comunismo. Il potere, lo sappiamo, si deve difendere ad ogni costo, anche quello di uccidere. Per questo Trotzkij è stato sacrificato, Stalin ha continuato a stare sul suo seggiolone e il vero comunismo è stato abortito prima che nascesse. È stata una guerra persa in quei termini, lo è stata perché anche la Cina oggi dice di essere uno Stato comunista. Lo dice da anni, lo continua a dire, a me mi viene solo da ridere.
Per concludere, moralmente mi sento vicino allo scrittore con il suo esempio del pulmino, però non lo so se agirei allo stesso modo perché la vita è strana e niente è veramente scritto. Siamo artefici dei nostri passi su questa terra e Pennacchi squote bene le coscienze, ma forse nello stesso caso dell’autista io farei di tutto per salvare anche quel bambino. Magari c’è una piccola percentuale che non muia nessuno. Magari. Siamo uomini, bipedi pensanti diceva un mio professore. Iniziamo a studiare un metodo per rendere le strade più sicure, forse il mondo migliorerà. Questo è un libro da leggere, un libro che è molto importante leggere, davvero.
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La linea d'ombra di Joseph Conrad Talvolta mi capita fra le mani qualche libro un po’ vecchiotto, in questi casi leggo la prima pagina e penso che se mi prende subito vale la pena di soffiargli via lo strato di polvere che vi si è accumulato. Questo è anche il caso de La linea d’ombra, penultimo libro di Conrad datato 1917. Dell’autore già conosco Cuore di tenebra (1902) e, nella lettura della prima pagina, mi sono lasciato trasportare dal suo stile narrativo inconfondibile, stile che parte dalle reali esperienze marinaresche dell’autore e con l’ausilio di metafore convincenti entra nel profondo dell’animo umano. Essendo stato io un marinaio (pacifico in sciagurati tempi di guerra) mi ha incuriosito l’impostazione assunta dal narratore che, come dice Conrad nella sua nota introduttiva, descrive l’esperienza reale dello stesso scrittore ai tempi del suo primo comando nei mari del Sud-Est Asiatico in una nave mercantile. Lo scenario è quello coloniale dell’ultimo quarto di secolo ottocentesco e anche nello spirito La linea d’ombra può essere definito un libro, un classico, dell’ottocento, anche se scritto in uno dei tristi anni del novecento. La narrazione assume volutamente il tono corposo e alto tipico del secolo lungo ma, in modo veramente particolare, si fonde con lo stile sobrio e sciolto di Conrad che, anche quando usa termini aulici, lo fa nel rispetto della ricostruzione storica e sociale del suo passato.
La storia è semplice, come spesso sono i fatti che accadono nella nostra realtà, dove spesso dietro le piccole cose si nascondono i più grandi problemi dell’uomo. In questo caso l’attenzione va a concentrarsi sul rapporto di comprensione dell’uomo con se stesso e con ciò che lo circonda. La linea d’ombra incarna questo aspetto della natura umana, un passaggio fra luce e oscurità che si manifesta nel passaggio fra la giovinezza e la mai completa maturità. Se poi inseriamo questa sfaccettatura all’interno della società occidentale, nel suo più fiorente momento di ricchezza, dato dal possedimento coloniale, il quadro è completo. L’onore, la forza di spirito e il contegno vengono annientati dai fatti naturali che, in maniera costante, nella storia dell’umanità fanno comprendere quale sia la realtà della nostra esistenza aldilà delle apparenze. Le costruzioni mentali e sociali che vengono imposte dall’infanzia vengono messe alla prova quando le responsabilità si fanno avanti. Le alternative sono l’abbandonarsi agli eventi e credere a qualunque cosa, anche se irrazionale, e vivere in un mondo dove gli uomini non possono essere artefici del proprio destino e quindi lasciano che le cose facciano il loro corso senza assumere il benché minimo impegno, oppure dubitare e approfondire e non abbandonarsi mai alle convinzioni dettate da spiegazioni superstiziose di ciò che circonda l’uomo.
Il libro mi è parso che promuova una ricerca di auto-comprensione che doverosamente e dolorosamente, per la casualità delle cose, inizia sempre durante i momenti più difficili che le persone si trovano ad affrontare. Il protagonista del libro si sente spaesato, come spesso sono i giovani di ogni generazione nella realtà, e cerca qualcosa di diverso a cui aggrapparsi, qualcosa che neanche lui sa bene identificare. L’opportunità gli si presenta quasi per caso, quando appunto era prossimo all’abbandono. Riceve un incarico di comando e si ritrova per la prima volta nella sua vita a fronteggiare la difficoltà di interpretare la realtà che lo circonda e soprattutto a prendere anche la più semplice delle decisioni. Scopre che l’indottrinamento che ha plasmato la forma dei suoi sogni giovanili non calcolava le difficoltà e i problemi che inesorabilmente gli si sarebbero presentati appena varcata la fatidica linea di confine della sua esistenza.
La libertà delle grandi acque del globo, il suo comando che fa rollare armoniosamente la nave sotto l’impulso del grande soffio dei venti regolari e soprattutto la consapevolezza di chi è marinaio e di chi non lo è, sono le prime certezze che evaporano sotto il sole cocente della bonaccia nei mari che lambiscono le coste malesi. Il breve tragitto da Bangkok a Singapore si trasforma in una odissea dove, al contrario del mito greco, l’Ulisse del romanzo di Conrad viene messo a dura prova dalla calma piatta che ne suscita e ne amplifica i pensieri e le percezioni. La forma armoniosa di quell’antico vascello in legno, le cui alberature lo avevano fatto sognare ancor prima di essere salito a bordo, era diventata la croce di una navigazione segnata dall’immobilismo più totale e dalla crescita di angosce profonde che spesso rinchiudono l’umanità nei labirinti delle proprie convinzioni. L’apparizione dei cosiddetti spiriti del male sono reali fino a quando lo si crede nella propria mente e così per quanto riguarda “i poteri ignoti che plasmano i nostri destini”. Quello che può esistere e resistere sono le grandi passioni e le vocazioni come quella per il mare dimostrata dal nostro capitano fresco di nomina; questa appunto è la dichiarazione di un sentimento che è naturale quanto il respiro, ma che distorce la visuale quando la realtà non aderisce perfettamente alle aspirazioni giovanili volte verso una ignota intensità dell’esistenza. Questa distorsione può portare a fare un passo indietro verso quella oscurità, quell’ombra che protegge gli individui da quella luce che ne mette in evidenza i dubbi, le confusioni, i pentimenti e l’indefinita riluttanza a mettere a fuoco le situazioni che comportano disagio. Spesso situazioni di incomprensione che portano a scelte definitive quali la morte.
Che dire di più, è incredibile quanto un libro ti possa far viaggiare la mente e ti possa spingere a raccontare e descrivere delle sensazioni che, chi legge questa recensione, può probabilmente (anzi, molto probabilmente!) non approvare o comprendere. Ma questa autenticità della comprensione del singolo è parte del fascino della lettura e della rilettura di una storia come La linea d’ombra, una storia racchiusa nelle pagine di un libro che non è più “di moda”, ma che meglio delle cazzate scritte in alcuni libri di oggi mi ha fatto riflettere sulle ansie che ci assalgono ogni giorno.
----------------------------------------------------------------------------------------------------- Diario di un killer sentimentale di Luis Sepúlveda E’ inutile provare a non lodare Sepúlveda, così come è impossibile dire che Diario di un killer sentimentale non sia un libro molto bello. È un breve romanzo, datato 1996, che riesce perfettamente a dissacrare la compostezza e l’immagine seria del noir. È una storia che nella sua stesura riprende gli spunti, lo stile e l’acidità delle tematiche “in nero” per effettuare una parodia non volgare e intelligente di un genere che in passato è stato condito con troppa rigidità. In realtà oggi sono tanti i cultori di questo genere che sono usciti da schemi preimpostati ed hanno proposto varianti taglienti come lame affilatissime, ma delicate come soffici carezza sulla pelle. Io non sono un grande lettore di noir, ma ricordo di aver assistito ad un reading intitolato Marina Caffè Noir, a Cagliari, che mi ha colpito tantissimo e nel quale Flavio Soriga leggeva un racconto noir di Sergio Atzeni. Non ricordo bene il titolo, credo L’elefante bianco ma non sono sicuro, però ho conservato le sensazioni più profonde suscitate dalla sua esperta lettura. Flavio ha detto che quella è stata la sua unica storia noir. Dal giorno penso ancora di più che la scomparsa di questo autore, che ha caratterizzato profondamente la letteratura sarda contemporanea, ha privato tutti noi della apertura di un dialogo con noi stessi che spesso a me a suscitato.
Per tornare a Sepúlveda, questo libro dimostra che questo autore dalla vita travagliatissima ha un bagaglio culturale immenso al suo interno. Io, che non sono nessuno, tanto meno un critico, ho aggiunto dopo la lettura di questo romanzo un piccolo pezzo al puzzle che compone il valore di questo scrittore. La sua sensibilità è riuscita a fuoriuscire anche da un romanzo come questo dove il protagonista senza nome è un killer che, come in questi casi si dice, è terribilmente spietato. La sua storia d’amore con una bella ragazza francese però lo ha rammollito e, come accade sempre nello schema classico delle storie legata alla malavita, chi sbaglia esce dal gioco. Lui trova un modo di uscirne pulito, compiere una ultima missione per conto di un datore di lavoro che non ha mai visto e che alla fine è costretto ad esporsi per riportare il killer alla completa freddezza della sua missione. Il suo ultimo “lavoro” si chiama Víctor Mujica. Un uomo senza macchia che però deve essere eliminato al più presto perché altrimenti il protagonista rischierebbe lui stesso l’eliminazione. Tutto rientra nello schema della freddezza della malavita e dei gangsters che ha sempre affascinato e affascina tuttora la nostra società. L’autore ha il merito di dissacrare la figura di un uomo “tutto d’un pezzo” che una spirale di sentimenti positivi ha allontanato dal suo ruolo e lo ha imperdonabilmente posto davanti a degli errori che un professionista del suo calibro non può permettersi. Sepúlveda però lo ricolloca esattamente al suo posto quando lo rende indifferente alla squisitezza dei versi di Prévert e Dylan Thomas pronunciati per lui dalla sua splendida “figa francese”.
In una storia che si svolge in sette giorni esatti di viaggi pagati dal Messico a Madrid, da Istanbul a Parigi, una storia di alberghi di lusso, vita di lusso e incarichi anonimi, uomini della DEA in incognito e, naturalmente, di un mirino che deve emettere la sua sentenza, Sepúlveda spiega la sua critica nei confronti della nostra società attraverso l’assassinio di Mujica. Senza svelarvi la fine, e compiere un delitto io stesso, posso dire che la voce del mandante degli omicidi è una voce che tutela i poteri forti, e ovviamente ignoti, che governano il mondo e le politiche di paesi interi. Mujica è uno che, nonostante appartenga ad una ONG molto importante e sembri molto pulito, da fastidio a questi ignoti che tutto possono e nessuno riesce a punire. Viene ovviamente definito un cattivo, uno che deve essere eliminato, ed uno che il nostro killer sentimentale non può permettersi di risparmiare, pena la sua vita stessa. Purtroppo nel destino di chi commette un crimine non è ammessa la vittoria, altro stereotipo che però deriva dalla letteratura nordica antica. Che dire…odio i voti numerici tipo otto o nove, posso permettermi di dire che questo è un libro da non perdere. Chi ha due o tre orette di tempo se lo sfogli perché le sue settantotto pagine più di una volta fanno sorgere un sorrisino malefico, ma del tutto innocuo.
----------------------------------------------------------------------------------------------------- L'isola
di Paolo Annunziata
Dove la
terra e il mare
si incontrano
le onde rivelano
il loro significato
e ci consegnano
un messaggio…
Conobbi questo scrittore
in un’isola del lontano oriente, all’epoca non potevo certamente
sapere cosa nascondesse il suo animo e quali magiche parole avrebbe potuto
raccontare. Le nostre strade si incrociarono a Bali, lui era partito con
l’amico Marco, un altro personaggio il cui cuore è grande come
mai avevo scoperto potesse essere in una persona sola. Io avevo deciso di
passare qualche mese in Indonesia fra il 1998 ed il 1999. La scusa della
mia partenza fu allora legata al surf, ma in realtà la motivazione
è tuttora riconducibile ad una voglia disperata di libertà
e di evasione. Avevo voglia di scappare per un po’ per trovare qualcosa
da qualche altra parte, qualcosa che facesse parte di me, ma che fosse anche
diversa da me. Fuggii dalla mia isola per ritrovarmi in un’altra isola
che, però, speravo appartenesse ad una dimensione parallela, una
dimensione dove poter riflettere per iniziare una pagina nuova e difficile
che non riuscivo a scrivere.
Ci incontrammo qualche anno più tardi quando Paolo e Marco vennero
in Sardegna per fare un po’ di surf, poi li rividi quando andai io
a trovare loro a Napoli per farmi stregare da quella città che non
ha misure, non ha confini, non ha padroni. Oggi non li sento da tanto, Marco
era e penso sia tuttora un giramondo, mentre so che Paolo nel 2003 ha avuto
un figlio. Spero insegni lui la gioia del viaggio, l’amore per la
ricerca della vita, il rispetto per le diversità e la passione per
la curiosità. Dimenticavo, una delle cose più importanti e
l’unica, nel nostro caso, che è servita ad unire tutte le altre:
spero gli insegni il significato del surf.
Il ricordo e la nostalgia per questi amici non poteva non aumentare durante
la lettura de L’isola, la memoria di quella che fu la nostra isola
e ciò che essa ha rappresentato è ancora forte dentro me che
costantemente mi rifugio qui nella mia isola sperduta nel Mediterraneo,
la Sardegna, che amo e odio per il suo modo aspro e incomprensibile di isolarmi,
ma anche di proteggermi.
L’isola narrata
da Paolo Annunziata non è Bali, ma una piccola isoletta dell’arcipelago
delle isole Tuamotu in Polinesia, la sua isola. Vi chiederete perché
vi ho fatto tutto l’escursus della nostra conoscenza, semplice, Paolo
Annunziata è un grande viaggiatore, è un avventuriero. Ama
scoprire le località e le radici più profonde che legano queste
alla loro terra. E questa penso sia una cosa importante da sapere prima
di leggere L’isola, perché il viaggio in qualche modo ci cambia
e può addirittura, come in questo caso, farci sognare di essere Teiva,
un ragazzo polinesiano che scopre di avere qualcosa al suo interno che lo
spinge a spostare in avanti i limiti, qualcosa che lo porta ad uscire dal
classico schema di un destino preconfezionato socialmente.
L’isola è questo, una storia basata sull’amicizia che
aiuta e permette di aiutare se stessi, ma soprattutto è la storia
di una infinita ed indefinita ricerca sul senso della vita e sulla possibilità
che i sogni possano corrispondere alla felicità. Per svelare questi
sentimenti, Paolo Annunziata adopera un linguaggio semplice che riflette
la quotidianità di un piccolo villaggio che, senza capi o padroni,
riesce a porre in essere delle regole semplici, le regole che ahimè
possedevano solo le antiche società tradizionali, dove erano le stagioni
a scandire i tempi di lavoro e dove tutti avevano un ruolo ed una funzione,
con lo stesso valore, all’interno del gruppo.
L’autore è abile nel recuperare il mito del buon selvaggio
per adattarlo ad una narrazione tutt’altro che scontata, inoltre l’uso
di termini polinesiani arricchisce indubbiamente l’immagine che un
occidentale può farsi di questi luoghi calmi e lontani. Il Papalagi,
termine con cui si identifica l’uomo bianco che viene dal mare, Rùau
ossia gli esperti anziani che insegnavano ai giovani a rispettare le regole
del mare, Huarepò cioè coloro cui era affidata la memoria
collettiva e che avevano l’onore-obbligo di raccontarla. La narrazione
si sviluppa fra descrizioni di tradizioni antiche che si ripetono cadenzate
nel tempo ed è soprattutto agevolata dalla visione di alcune foto
scattate dallo stesso autore che risultano efficaci per immaginare di sprofondare
i piedi nella sabbia calda di un tramonto tropicale e respirare a pieni
polmoni il profumo della vaniglia o dei fiori del Tiaré.
Forse mi sono lasciato trasportare dall’affetto che nutro per l’autore
e dalle mie esperienze di viaggio, ma sono sicuro che il mondo visto dagli
occhi di questo ragazzo polinesiano, non completamente maturo, sono riconducibili
ad un’ansia interiore che colpisce tutte le persone che sono curiose
ed hanno un grosso bisogno di conoscenza ed esperienza pura e materiale.
Teiva nella sua isola non è lontano da un qualunque adolescente di
Napoli, Cagliari o Roma. Teiva non può non varcare quella soglia
che separa l’accontentarsi dal non essere mai soddisfatti, piuttosto
rinuncia ad un luogo che ama, rinuncia perfino al suo migliore amico Numa
ed alle loro romantiche cavalcate fra le potenti onde della barriera corallina
per l’amore di una libertà che si fa tatuare anche sulla pelle
quale simbolo della storia della sua vita. Teiva pensa che le onde da sempre
portano dei messaggi all’uomo, quello destinato a lui riguarda la
possibilità di andare oltre le credenze degli abitanti dell’isola
per varcare la soglia che porta verso l’infinità di un oceano
sconosciuto e di terre solo lontanamente immaginate. Il tabù viene
sfatato dal ragazzo che abbandona le certezze per l’ignoto, ma dentro
di sé combatte una guerra fra cuore e cervello che certamente non
può avere vincitori, ma solo un grande dubbio che gli fa comprendere
che a volte ci vuole più coraggio a rimanere che partire. La metafora
funziona incredibilmente se accendiamo un attimo la torcia del nostro buio
passato e ritroviamo tutte le paure ed insicurezze che in un unico modo
andavano superate, buttandosi di botto nelle cose, senza se e senza ma.
Ma L’isola è anche un libro che parla di ritorno, un ritorno
da luoghi lontani che hanno creato un uomo maturo che forse riconosce gli
errori di quando era ragazzo e che capisce che non esiste la terra della
felicità, perché la felicità è una cosa che
appartiene alle persone e non ai luoghi. Quell’uomo riconosce anche
che l’aver sognato è stata forse la cosa più importante
della sua vita perché gli ha permesso di andare avanti senza abbandonarsi
lungo la strada, ma soprattutto gli ha permesso di superare la paura che
spunta lungo il cammino di ogni individuo e che può limitarlo per
sempre relegandolo allo statico pensiero di una vita sbiadita dalle cose.
L’isola è un piccolo grande libro che contiene un utile consiglio
per la nostra indaffarata vita: Aita pe’ape’a, prendiamo la
vita com’è pensando a tutto ciò che di meraviglioso
esiste ma, aggiungo io, ricordiamoci che possiamo e dobbiamo cambiarla se
abbiamo l’impulso di farlo e se riusciamo a sognare un mondo migliore
di quello che abbiamo. Teiva mi ha fatto pensare che veramente l’amicizia,
le tradizioni ed il destino legato all’esistenza sociale rientrano
tutti all’interno di una vita che se fosse senza sogni sarebbe come
un mare senza onde: piatta.
---------------------------------------------------------------------------------------------------- Imbarazzismi
di Kossi Komla-Ebri
Qualche tempo
fa, come accade quotidianamente in tutte le città italiane, mi si
avvicinò un venditore ambulante. Ero seduto in spiaggia e, con altre
due persone, ero intento a discorrere di fatti e questioni che ora mi sfuggono
dalla mente. Si sedette e iniziò a parlare con noi, ci disse di provenire
dal Senegal e che non era facile per lui, che non era più un ventenne,
fare la vita dell’ambulante. Non aveva la classica bacheca in legno
con gli occhiali, gli orologi e le altre mercanzie in esposizione. Aveva
un semplice borsone scuro e stranamente niente fra le mani. Parlammo per
un bel po’, non ricordo esattamente per quanto tempo, ma di sicuro
superammo abbondantemente la mezzora seduti su quella che un tempo era considerata
una bellissima spiaggia. La spiaggia della mia città, il Poetto.
Nostalgie a parte, ricordo questo episodio per un fatto singolare che accadde
in quell’incontro. Il ragazzo-uomo, di cui non ricordo né nome
né età, tirò fuori gli oggetti in vendita e ci chiese
se potevamo comprargli qualcosa. Restammo immobili nella nostra meraviglia.
Aveva tirato fuori una manata di libri e ci guardava come per capire se
eravamo interessati all’acquisto. La scena dal nostro punto di vista
era un po’ strana, ma lui ci spiegò che erano in molti e stupirsi
per la sua proposta d’acquisto. Disse che vedere degli occhiali schifosi
non era bello come poter offrire un libro e un po’ di cultura. Osservammo
i libri, erano tutti scritti da autori africani che vivono in Italia, lui
ci disse che li vendeva non solo per guadagnarsi da vivere, ma anche per
diffondere la sua cultura in un paese di accoglienza come il nostro che,
spesso, non si dimostra così accogliente come sembra. Io scelsi Imbarazzismi
– quotidiani imbarazzi in bianco e nero di Kossi Komla-Ebri, mentre
la mia amica Francesca optò per Pap, Ngagne, Yatt e gli altri scritto
da Mbacke Gadji, che spero mi venga prestato in tempi rapidi.
Se mai leggesse questa recensione signor Kossi Komla-Ebri sappia che è
in questo modo che sono venuto in possesso del suo libro. L’ho letto
in meno di un’ora. Sessantatre pagine per trenta raccontini che con
intensità descrivono quelle scene di vita quotidiana che ogni tanto
scoprono il lato ambiguo del razzismo. Scene che imbarazzano, appunto, perché
colpiscono puntualmente anche quelli che razzisti non si sono sentiti mai.
Scene che divertono e che evidenziano la “vù cumprà”
mania insita nella mentalità del bel paese, ma che se vissute in
prima persona possono risultare pesanti e angosciose.
Potrei fare un esempio, ovviamente provando a non incappare sulla violazione
di copyright potrei dire che quando un ragazzo africano entra in un negozio
per acquistare qualcosa e viene subito bloccato sulla porta con la classica
frase “non compriamo niente”, può far sorridere il fatto
che lui risponda “va bene signora, ma almeno posso comprare qualcosa
io?”. Può certamente far sorridere, ma non è sicuramente
questa la prima sensazione di chi si sente sempre un estraneo, un “altro”.
Chi si sente trattato in questo modo, magari trovandosi da poco in questo
paese, non ha alternative se non subire una emarginazione che non è
solo sociale e culturale, ma è soprattutto umana. La paura dell’uomo
nero con la quale vengono influenzate le menti dei bimbi, la paura dell’extracomunitario
che rovina per sempre la nostra cultura, una cultura colma di pregiudizi
e false visioni della realtà. Una realtà che concepisce erroneamente
un razzismo di bianco contro nero, ma mai il contrario perché forse
non è nella visione e nell’uso linguistico che adoperiamo.
Penso sia innegabile che un americano è un extracomunitario in quanto
non possiede la cittadinanza di alcun paese dell’Unione Europea, è
fuori dalla cittadinanza della Comunità e, appunto, un extracomunitario.
Eppure nessuno pensa all’americano in questi termini, nessuno maltratta
l’extracomunitario americano a meno che esso non provenga dall’Equator
o dalla Colombia e che abbia i caratteri classici dell’etnia andina.
Eppure anche un andino è americano. Ma quando si dice americano tutti
pensano all’America delle povere torri gemelle e non a “quella”
america di “quegli” americani che vivono con la povertà
che porta la morte in spalla per tutta una vita. Quando si pensa a un americano
non si pensa mai a quelle madri americane che manifestano in Plaza de Mayo
per avere giustizia per la sorte che toccò ai loro figli desaparecidos,
ma sempre e comunque americani. Non vorrei dilungarmi, ma questa falsa visione
della realtà, che porta a creare un’immagine univoca ed eternamente
giusta dell’aspetto che gli “altri” dovrebbero avere,
penso sia una cosa profondamente sbagliata che in qualche modo distorce
quella che noi chiamiamo cultura. È come quando si dice che non tutti
i mussulmani sono dei fanatici integralisti, eppure dal modo di fare della
maggioranza delle persone in Italia si direbbe che non sia reale questo
pensiero. E non lo è affatto, in troppi diffidano e non si aprono
alla conoscenza di chi è portatore di diversità, forse bloccati
dalle reminiscenze infantili di quell’uomo nero e cattivo che li porta
via, che strappa i crocifissi dalle loro chiese, ma non dal loro petto,
perché in realtà nessuno quella croce la porta nel cuore.
Cosa significa essere culturalmente cristiani, mi pare che portare la croce
non sia un segno distintivo di fede, tanto meno quando a portarla sono le
tettone della Tv.
Forse ho divagato, ma i racconti, le barzellette e gli aneddoti contenuti
in Imbarazzismi mi hanno portato a questo. La loro lettura mi ha fornito
un quadro ampio di chi vede e giudica la nostra intoccabile cultura. La
visione che hanno “loro” di noi, una visione per la quale non
ci si sofferma spesso, che non viene mai approfondita ma che esiste e che
come un macigno mi ha colpito per farmi imbarazzare, ridere, ma anche vergognare
per ciò che, anche inconsciamente, realizziamo quotidianamente. Spero
ci siano altri momenti per leggere ed imparare qualcosa sulle altre culture,
e come queste vedono la mia. Spero che in questo paese ci siano più
occasioni di scambio fra le culture e che non si continui con la solita
cantilena della tolleranza, che nella sua staticità non contribuisce
alla costruzione di un modo associato di vita più giusto. Preferisco
impostare la questione in termini di accoglienza e rispetto, la tolleranza
la lascio a chi deve dimostrare di averne bisogno. Intanto indago su ciò
che sono, ciò che penso e mi chiedo, dal giorno che ho incontrato
il venditore in spiaggia, se il mio stupore di quella volta possa essere
una sfaccettatura del razzismo. Se in realtà mi aspettavo qualche
cianfrusaglia ed invece sono stato spiazzato dalla proposta di un libro,
di cultura e dello stimolo ad una maggiore educazione allo studio della
cultura che questo libro mi ha suscitato.
Spero, un giorno o l’altro, di poter leggere il racconto del signor
Kossi Quando attraverserò il fiume, racconto che nel 1997 ha vinto
il primo premio della sezione narrativa del terzo concorso letterario Eks&tra
di Rimini. Spero che il suo lavoro di medico-chirurgo non gli impedisca
di scrivere ancora qualcos’altro, perché posso affermare che
c’è bisogno di libri come questo che ho letto, c’è
ne bisogno non solo per chi vive quotidianamente queste situazioni di disagio,
ma anche per chi queste situazioni proprio non riesce a vederle e permette
che esse continuino a manifestarsi.
Sto leggendo: > ... In attesa... > Il gioco del mondo (Rayuela) di Julio Cortàzar > Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) Sceneggiatura di Woody Allen