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Appello alla Nazione.

La Repubblica Italiana ha cessato di esistere. In questo momento, in nome del Comitato Transitorio Misto, mi accingo solennemente a riferire che lo Stato Italiano rinuncia alla sua sovranità contestualmente all’introduzione della nuova Costituzione Popolare.
Ci auguriamo che cessino le insorgenze che si continuano a manifestare portando solo inutili drammi per la popolazione civile. Il processo in atto è irreversibile e va interpretato come la più innovativa idea di Rivoluzione che il genere umano abbia mai concepito. Ci auspichiamo che una transizione morbida in Italia serva da esempio per tutti i paesi occidentali che ancora manifestano ostilità. Confidiamo nella comprensione dei principi base che d’ora in poi ispireranno le direttive politiche che verranno poste in essere. L’ordine nuovo sarà basato sul popolo e sulla sua sovranità. La Nuova Era è cominciata.
L’Italia è da sempre terra di cultura e tradizioni antiche, ci adopereremo con ogni mezzo affinché continui ad esserlo. Manterremo obbligatorio l’insegnamento della lingua maggioritaria e di tutte le lingue minoritarie presenti sul territorio in modo da valorizzare la ricchezza culturale che da sempre contraddistingue questa parte d’Europa. Anche lo studio del cinese e la storia dell’Asia saranno materie di studio dal valore imprescindibile. Abbiamo fiducia nella buona volontà dei cittadini ai quali non sarà richiesto nessun ulteriore sacrificio.
Assicureremo il massimo impegno affinché l’economia riprenda vigore e i cittadini lavorino e godano del benessere che uno Stato deve garantire loro nel pieno rispetto delle libertà personali. Prendendo spunto dalla deposta Costituzione repubblicana, agiremo in modo da rispettare tutti gli individui senza distinzioni di sorta, affinché la multiculturalità diventi opportunità e non limite.
Il pacifico dislocamento di masse di civili cinesi in Europa, America del Nord e Africa non deve essere percepito come un atto d’occupazione. Il suo fine è la soppressione di fatto di ogni conflitto armato internazionale e il raggiungimento di una pace concreta ottenuta attraverso la soppressione dei corrotti interessi nazionali.
Popolo italiano, la nuova Repubblica Popolare d’Italia ha bisogno di voi! Venti milioni di cinesi hanno bisogno di voi! Non abbiate timore, sentitevi parte del cambiamento epocale al quale tutto il mondo sta assistendo! Viva la nuova Italia Popolare! Pacifica! Internazionale! Multiculturale!

Presid. CTM
(Gen. Tz'ù-Mìu Esu-Dau)

Racconto scritto per il progetto Modica Quantità organizzato dall'Anonima Scrittori.

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Morning view.

Anche quella mattina sollevai presto la serranda e rimasi ad osservare la bellezza classica di un nuovo giorno. Il cursore del computer lampeggiò per ore alle mie spalle prima che mi voltassi. Avevo un blocco, non ero più capace a scrivere. Da più di un mese l’attimo del mio risveglio cancellava tutti i miei sogni. Continuavo come sempre a mettere il caffè sul fuoco e accendere il computer in attesa di un buon inizio. Il cursore lampeggiava sullo schermo e attendeva qualcosa che ancora non esisteva, qualcosa che sarebbe dovuta uscire dalla mia testa persa nel vuoto.
Un giorno provai con una vecchia macchina da scrivere. La misi davanti ai miei occhi, inserii un foglio e poggiai i polpastrelli sui tasti freddi. Scrissi qualche riga senza senso ma poi strappai il foglio. Esperimento fallito. La macchina da scrivere non aveva quel cursore lampeggiante e sadico che mi invitava ipnoticamente a scrivere e riempire la pagina. La macchina da scrivere mi faceva soffrire meno del cursore del computer, ma continuava a apparirmi come una natura morta.
Mi ritrovai alla finestra, senza stimoli. Da tempo avevo notato una crisalide. Ogni giorno la osservavo, era attaccata ad un angolo del vetro. Sembrava crescesse ogni notte mentre io dall’altra parte del vetro sognavo cose che andavano perdute al mio risveglio. Mi chiesi dove fossero finiti i miei sogni e quelli di tutti gli altri, e chissà se gli scarti della nostra memoria avessero potuto influire sulle nostre scelte... Che fine avrebbero fatto i sogni di una crisalide una volta diventata farfalla? Pensai questo e mi svegliai, anche quella mattina sollevai presto la serranda e rimasi ad osservare la farfalla che si liberava al sole d’inverno.

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Confessione di un alcolista.
Rise. O forse no. Mi passò il calice, ed io mandai giù tutto d’un fiato. Fece una faccia strana,
ma non ricordo bene. Ed infine mi schiaffeggiò. Credo che fu per la mia ingordigia, per la mia
solerzia, per non aver avuto le idee chiare fin dall’inizio. Il tutto mi parve una messinscena,
costruita nel giro di una manciata di minuti, contrariata, mentre gli attimi sfrecciavano e noi
saccheggiavamo la cantina del suo prezioso nettare. La sua famiglia era partita qualche
giorno prima. Sola, una gran fica tutta sola in una villa a tre piani, sotterraneo, cantina,
piscina e campo da tennis. Una pacchia. Ma ciò che accadde lo so solo io, me e la mia
dipendenza dall’alcool. Quando mi invitò, i residui di coscienza piansero e i miei globuli rossi
si prepararono alla diaspora.
“Mio padre ha una cantina che vale ventimila euro…”
“Ma và? E me la farai vedere?”
“Di più! Te la farò profanare!”
I globuli bianchi si nascosero e il mio cuore iniziò a cantare Bandiera Bianca. Era ricca e lo è
ancora, ma non so. Quella sera rise, o forse no, ma comunque mi schiaffeggiò.
“Perché lo fai?” Le chiesi.
Ma lei non capì, e mi rispose: “Questa non è mica birra. È vino animale!”
“Lo so…” ma buttai giù ancora e ancora. Non feci più domande. E per questo fui lasciato.
Potevo anche essere un ubriacone, ma in quel frangente voleva che le dimostrassi di essere
chic. Questo accadde, signor commissario. Tutto il resto lo sapete.
Mi ha trovato la colf ucraina, il lunedì mattina, perso nel sottoscala. Ma la denuncia di furto
non l’accetto. È troppo facile mettere un uomo di fronte alle sue debolezze e poi accusarlo
di un reato. E lei, a lei cosa farete? Niente suppongo. Su di me pende la condanna da parte
del mondo, ma anche su di lei. Il padre non si è accorto che la figlia ha architettato tutto
contro di lui? Non si è accorto che quella povera pazza mi ha lasciato due giorni a bere
rischiando di farmi morire in un sottoscala? Oh, ma lei è chic, una donna di classe anche
nella sua alienante follia, nella sua disperata ricerca di affetto. Questa è la sua croce,
questa la sconfitta di un padre. Da questo punto in poi a me non interessa più niente,
lasciatemi "a perdere", tanto di confessioni allucinanti come questa ne sentirete tutti
i giorni, e i problemi sono ben di là della vostra comprensione.

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Piccolo attacco.

Suonavano WHAT YOUR SOUL SINGS. Barlumi di luce sul palco rendevano rarefatte le atmosfere lente e corpose del concerto. L’anfiteatro buio pulsava energia nascosta. I Massive Attack potevano sentire il nostro respiro, il contatto col nostro spirito attento nel buio. Cullati dalla nenia del canto entrarono decine di bambini trasformati in piccole lucciole. Tracciarono delle linee di luce, si sparsero fra la gente della platea e salirono su quel palco enorme, e quasi, da quel buio, materializzarono la forza della nostra presenza. Tirarono su le mani, ondeggiavano con noi in silenzio, mentre gli ultimi eco della canzone ci accarezzavano ancora la pelle del viso rivolto al cielo. I musicisti, le luccioline e noi. Le mani tese per sferrare il nostro piccolo attacco di pace. Sentimmo di essere parte dello stesso mondo, la nostra visione dello stesso spettacolo. In quel momento la nostra anima cantava davvero. Partì un razzo da dietro al palco e scoppiò in un cuore nel buio delle stelle. Il tuono ci scosse e ci destò. Sentimmo ancora le minime oscillazioni del suono, abbassammo lo sguardo e lettera per lettera leggemmo sullo schermo del palco A NEW WORLD IS POSSIBLE… POSSIBLE… POSSIBLE… POSSIBLE… L’applauso sommerse le ultime vibrazioni del suono, sarebbe voluto durare a lungo ma fu nuovamente sommerso, assorbito. Le note di un nuovo sentimento erano emerse per trascinarci in un altro luogo, SPECIAL CASES, un luogo da dove osservare il mondo.

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La Star.

Durante i provini hanno sparato le cose più assurde e per questo sono stati presi. Questi sono i risultati. Dieci dementi dentro una casa finta circondata da telecamere. Vogliono fare successo. Vogliono lavorare nel mondo dello spettacolo. Vogliono tanti soldi. Non hanno intenzione di impazzire dietro ad un mutuo, avere un lavoro qualunque o studiare duro per arrivare a qualcosa. Sono pronti a mollare tutto perché non hanno passione per quello che fanno. Loro vogliono far parte dello show. Vogliono cambiare la loro vita. Cercano di attirare l’attenzione per diventare delle star. Che tristezza mi fanno, purtroppo sono qui anche stanotte e sono costretto a guardarli. Non posso spostarmi, non posso perdermi quella zonca che mostra il tanga. Dice che ha prurito. Hanno sempre prurito al culo, caldo alle tette, l’addominale scuro e le battute pronte. Fanno finta di non recitare. Si ritagliano il loro attimo di gloria citando i loro personaggi preferiti. Dicono di prendere esempio dalle star, ma non sanno niente di chi stanno parlando. Loro che vogliono essere grandi protagonisti nel cinema non sanno che le star hanno infranto regole, le vere star, coloro che hanno condizionato in qualche modo la vita di milioni di persone nel mondo, James Dean Marilyn Monroe Marlon Brando Audrey Hepburn Elvis Presley Bob Marley John Lennon Maria Callas Edith Piaf Bob Dylan Jim Morrison Andy Warhol Oscar Wilde, coloro che hanno trasmesso un loro messaggio. Ma a me tocca stare a guardare questi disperati stanotte. Devo sciropparmi le loro cazzate che vanno in onda ventiquattro ore su ventiquattro. Sorbirmi i loro litigi le loro malizie. Ma lo devo fare.
Lo devo fare per il mutuo, per la bambina e per mia moglie. Non posso allontanarmi, non posso abbandonare questa maledetta videocamera. Non posso dargli un calcio a quel culo pruriginoso e farmi una sana risata nel sonno. Devo continuare, d’altronde lavoro per la televisione, lavoro nel mondo dello spettacolo.

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L'ultimo ricordo nel jazz.

Brandelli di jazz arrivano ancora alle mie orecchie. Non riesco più a leggere, non vedo bene, non capisco le parole di chi mi parla. Sono diventato silenzioso. Cerco di pensare, ricordare il mio passato per non mollare la presa. Non mollare questo mio mondo coraggioso. Vale la pena di vivere ancora qualche tempo con questa luce che attenua i dolori delle mie ossa. Non lascio la presa anche se mi manca la forza per spingere ancora la mia carrozzina. Non lascio la presa, solo silenzioso jazz e memorie di un passato che non riesco a raccontare. Quando ero un marinaio e viaggiavo per i mari freddi al fianco del mio capitano. Lui non dimostrava timori ma sentivo che sognavamo entrambi le nostre case ai lati del Mediterraneo. Giorni di racconti di ciurma persi nella mia testa, lunghi giorni di navigazione con la speranza che Buenos Aires asciugasse i nostri cuori dal freddo dei mari del sud. Il capitano non scendeva mai. Non aveva più una casa da quando fu costretto ad abbandonare tutto dopo la morte di sua moglie, così si diceva. Era tenebroso, non temeva la tempesta, non scendeva mai, ma ci esortava di divertirci a terra. Leggeva ed ascoltava ricordi persi nel suo jazz.
Accogliemmo naufraghi e i morti che tenevano con se, parlavano strane lingue ma le lacrime non avevano patria. I loro sorrisi sul pianto erano vicini alla nostra nostalgia, all’idea dei nostri mari azzurri. Li sbarcavamo al più presto in terre sicure, ma il capitano non scendeva, mai. L’ultimo giorno che lo vidi fu quello del naufragio durante il nostro ritorno, investiti da un ciclone a largo di Madeira mentre già sognavamo i nostri letti caldi. Ci fece calare le scialuppe, ma lui non scese con noi. Lo vedemmo dirigersi verso prua in quella fredda notte di tormenta e vortici. Lo guardai fino all'ultimo mentre ci allontanavamo dalla nave che sprofondava verso il luogo dove lui era da tempo. Ed oggi in silenzio stringo in mente il suo vecchio jazz. Il capitano non scende, mai.

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Il commerciante triste.

A Natale il mio amico Enrico non ride. Non ha mai riso, l’unico della classe a non essere felice per quella ricorrenza che ci allontanava per qualche settimana dalla scuola. Entrambi siamo figli di commercianti e le vacanze natalizie le abbiamo sempre passate dietro a un banco ad aiutare clienti indecisi ed un po’ superficiali.
Per noi si ripete anche oggi la classica vigilia di Natale. La chiusura ritardata da qualche idiota che non ha un briciolo di sensibilità per fare un dono, e che invece affida la propria creatività al portafoglio. Quello che è sempre indeciso e alla fine regala una cagata qualunque tanto per non fare brutta figura. Quelli che quando entrano manco salutano, e se capita che ti sporcano la roba non chiedono mai scusa, si passano, anzi si offendono. Quelli che tutto pretendono. Quelli che nella vita fanno i dottori, i dentisti. Quelli che insomma murrungiano sempre se non hanno lo sconto per i loro acquisti, ma poi raddoppiano le parcelle con la scusa del caro-euro. Quelli che fanno gli avvocati, i notai. Quelli che quando rovinano un povero Cristo qualunque al Natale non ci pensano mai. Io ho a che fare con questi. Ed anche Enrico.

Ci incontriamo a serrande abbassate. Dieci di sera, la strada è deserta, ci salutiamo con una stanchezza addosso che non rilascia energie per dimostrare allegria. La sua immagine solitaria in questa città di fantasmi felici mi ha sempre fatto pensare che il Natale non è che una linea che cancella un giorno di spese folli ed un puntino lontanissimo nel calendario dell’anno che verrà.
Anche oggi Enrico non ride, mi saluta e piange. Non l’ho mai visto piangere. Dice di essere profondamente infelice, dice di aver sofferto talmente tanto in questi giorni che non si era mai reso conto di quanto fosse brutta la nostra condizione di mercenari del regalo. Ho provato a confortarlo, ma in realtà già lo sapeva che per noi il triste Natale era solo un incasso migliore. Ma non è più quello il problema. Enrico non è solo stanco delle pretese assurde della gente, Enrico è stanco di non contare niente.
Oggi Enrico ha un peso nel cuore e, a differenza di tutte le altre vigilie, ci tratteniamo per un po’ prima di andare. L’aria è calma, i palazzi sono scintillanti di luci e colori di festa. Si sentono in lontananza i rumori gli odori del giorno solenne dell’inverno. Qualche botto esplode all’unisono con il cuore di Enrico che dice di non aver mai amato così tanto questa festa mesta. Non capisco, lo guardo stupito mentre continua a parlare con le lacrime che gli s'incollano sotto il mento e lo sguardo colmo di passione. Non avrei mai pensato che potesse amare il Natale. Non pensavo riuscisse a confidarsi con me, che il Natale ho sempre sperato passasse veloce e mi sono sempre adattato alla sua atmosfera di bontà maleodorante, sperando che alla mia famiglia avrebbe buttato giù i debiti per un istante.

- lo dico a te, lo dico a te che mi conosci da una vita. Lo dico a te che sai quanto è falso questo Natale che è nato sì triste come Cristo, ma per far gioire il mondo ed oggi è finito a “chi l’ha visto”. Ma che cosa è ora? Cosa siamo e perché lasciamo che questo cancro di società corroda la nostra umanità?
Lo guardo scorrere come un fiume in piena, ma non minaccia le mie sponde, io ho già fatto i miei argini contro il Natale, ma lui, continuo a non capirlo. Continuo ad ascoltarlo.

- lo dico a te che ogni anno cerchi di spartire con me la malinconia delle strade abbandonate prima di tornare a casa per avere un pasto sereno con i tuoi genitori, lontano dalle grandi tavolate di parenti e amici, lontano dalle risate e dal chiasso che ancora affolla le menti di chi non si accorge della propria schiavitù. Quest’anno mi sento più perso del solito anche perché mio fratello non c’è, l’unico che mi capiva è partito, sind’esti andau a pigai po culu is mortus de fammini, a portai boboisi de democratzia a pipiusu chi po paschixedda sighinti a pigai bombasa a conca! Ma lui mi capiva, capisci…era l’unico che sapeva quanto ho odiato il Natale e l’unico che avrebbe capito quanto l’ho amato quest’anno che avevo un buon motivo per farlo. Che ho incontrato la persona giusta per tapparmi il naso ed apprezzarlo.

Vado a casa, solo e con l’immagine del mio amico Enrico che non ride. Perché talvolta è pure difficile parlare e lui ha sempre sospirato silenzi di fronte alla confusione di chi ama festeggiare. Perché per provare a sentirsi liberi senza esserlo si può anche cercare di amare il Natale. Perché non è possibile non soffrire quando si ama un altro uomo e non poterlo avere al proprio fianco per far finta una volta tanto di essere felici, come se fosse una cosa normale, come se il Natale rompesse le catene ad una libertà che ancora oggi non è per tutti uguale.

(Racconto scritto in occasione del Reading NATALEACIDO 2003)

I raccconti:

- Il commerciante Triste
- L'ultimo ricordo nel jazz
- La Star

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